L'Ultima Benzina

scritto da Domenico De Ferraro
Scritto 5 giorni fa • Pubblicato 5 giorni fa • Revisionato 5 giorni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Domenico De Ferraro
Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: L'Ultima Benzina
di Domenico De Ferraro

 

L’ULTIMA BENZINA

 

Tutto ebbe inizio con una cosa da gnente: er caffè. A Roma, alle sette de mattina , er bar de Sergio a San Lorenzo era pieno come ar solito. O meglio, pieno de gente che guardava er telefono, bestemmiava sottovoce e aspettava che la macchinetta facesse er suo dovere. Invece, niente.

A Sergio, ma che è successo?  chiese er professore, co’ la faccia de uno a cui avevano appena fregato il portafoglio.

È successo che nun esce più ‘n cazzo!  rispose Sergio, dando du’ pacche alla macchina der caffè.  Aò, questa fino a ieri funzionava!

E allora spegni e riaccendi la corrente!

Sergio lo guardò come se avesse appena sentito parlà un marziano.

Professó, ma lei dove cazzo vive? La corrente è saltata stanotte. Er gas nun arriva più. E stamattina m’hanno detto che le pompe de benzina so’ tutte chiuse.

Un silenzio strano calò ner bar.

Ma che stai a dì? fece uno seduto vicino alla finestra. Senza benzina nun se move niente!

Bravo! disse Sergio.  Hai capito er problema.

Mo’ spiegalo a tutti gli altri presenti.

In quel momento, tutti i telefoni vibrarono insieme.

Comunicazione Straordinaria Del Governo locale.

Lo schermo der bar, quello appeso sopra ar frigorifero delle bibite, si accese da solo.

Una donna in giacca blu bassina e bionda comparve nell’immagine. Dietro de lei, una bandiera e tre uomini co’ l’aria de chi aveva appena scoperto d’essere rimasti senza stipendio.

Cittadini  cominciò la premier  a causa dell’esaurimento delle riserve strategiche di petrolio e gas naturale, e del collasso delle principali reti di distribuzione, siamo costretti a dichiarare lo stato di emergenza energetica globale.

Esaurimento de che?! urlò Sergio. Ma fino a ieri dicevate che ce n’avevamo per’ cent’anni ancora, che non dovevamo preoccuparci era tutto sotto controllo.

La premier continuò, impassibile. Da questo momento, l’erogazione dell’elettricità sarà limitata. I trasporti pubblici saranno sospesi. Le forniture alimentari verranno razionate. Si raccomanda alla popolazione di mantenere la calma.

Lo schermo diventò nero. Per tre secondi nessuno parlò. Poi er bar esplose.

Ma annateve  a quel Paese!

Li mortaccci vostri ,c’è vedremo alle urne per il voto.

E io come ce porto mi’ figlio a scuola?

E l’ospedali? E le medicine?

E Le Macchinette der Caffè, Porca Miseria?!

Sergio s’appoggiò ar bancone e guardò la strada.

Fuori, la città s’era già fermata.

Molte macchine erano abbandonate in mezzo alla carreggiata. I semafori spenti. I tram bloccati. La gente camminava senza meta, co’ le borse della spesa vuote e la paura stampata in faccia.

Er mondo moderno, quello che correva sempre, s’era fermato tutto insieme. E nessuno sapeva come farlo ripartì.

 

Nel giro de quarantott’ore, Roma diventò ‘na bestia ferita. I supermercati finirono le scorte. I bancomat smisero de funzionà. L’acqua cominciò a mancare nei quartieri più alti, perché le pompe elettriche non riuscivano più a lavorà. Le antenne telefoniche s’ammutolirono una dopo l’altra.

Er traffico, senza benzina e senza semafori, diventò ‘na giungla de lamiere mute.

E la gente cambiò. Quelli che fino a una settimana prima litigavano per un parcheggio adesso se menavano pe’ ‘na tanica d’acqua.

Quelli che facevano la spesa online adesso camminavano dieci chilometri pe’ trovà du’ patate e un pezzo de pane secco.

Quelli che dicevano «tanto ce pensa la tecnologia» cominciarono a guardà er cielo come se aspettassero tutto ad un tratto  Dio scendesse in terra circondato da uno stuolo di angeli telecomandati.

A casa de Marco, in un appartamento al quinto piano sulla Prenestina, la situazione non era meglio dell’altre parti. Marco aveva quarant’anni, faceva er tecnico informatico e fino a pochi giorni prima lavorava da casa, collegato a una rete che sembrava eterna e veloce.

Mo’ stava seduto in cucina, davanti a una candela, mentre sua figlia Giulia cercava de caricà un vecchio lettore digitale collegandolo a una batteria ormai quasi scarica.

Papà, ma quando torna la luce?

Presto, amore.

Quanto presto?

Marco abbassò lo sguardo.

 Nun lo so.

E perché nun lo sai?

 Perché...  Marco si grattò la testa.  Perché a quanto pare er resto del  mondo s’è scordato de mettere la benzina ner motore.

La moglie, Elena, entrò dalla porta con due bottiglie d’acqua.

Marco, al negozio sotto casa è finito tutto. Pure er pane. La gente s’è presa a pugni davanti alla farmacia.

E le autorità?

 Le autorità? Elena fece una risata ironica. C’hanno detto de stare tranquilli. Che stanno preparando un piano di aiuti .

Un piano pe’ che?

Boh. Magari stanno a cercà ‘na penna pe’ firmallo.

Giulia smise de giocà co’ la batteria e li guardò.

Ma noi moriremo?

La domanda rimase sospesa in cucina, più pesante der buio.

Marco s’inginocchiò davanti a lei.

 No, amore mio. Noi nun moriremo. Hai capito? Ce la faremo.

Ma come?

Marco le prese le mani.

Come facevano i nostri nonni. Co’ la testa, co’ le mani e aiutandosi l’un l’altro.

Elena lo fissò.

Tu dici bene, Marco. Ma i nostri nonni almeno sapevano accendere ‘na stufa senza chiamà un ingegnere.

Marco annuì.

Già. E infatti domani annamo a cercà mi’ padre.

Tuo padre? Quello che vive isolato sui Castelli, senza internet e senza televisione?

 Proprio lui.

Quello che dice sempre che la civiltà moderna è ‘na  grande fregatura?

Quello.

Elena sospirò.

E va bene. Se c’è uno che può sopravvive alla fine der mondo, è quello che da trent’anni conserva ancora  i barattoli de fagioli nella credenza.

 

Il padre de Marco, Augusto, viveva in una vecchia casa di pietra sopra Frascati. Aveva pannelli solari artigianali, una cisterna per l’acqua piovana, un orto e una stufa a legna.

Quando Marco, Elena e Giulia arrivarono a piedi, dopo ore de cammino sull’appia , Augusto li accolse con un fucile in mano.

Fermi là! Chi siete?

A papà, ma che fai? Abbassa l’arma Sono io!

Augusto abbassò l’arma.

Ah. Me pareva un viso conosciuto . Ormai qua gira de tutto. L’altro ieri uno m’ha chiesto du’ litri de gasolio in cambio de un televisore.

 E tu?

Je ho dato un secchio de letame. Almeno quello serve pe’ l’orto.

Marco scoppiò a ride. Era la prima risata vera da giorni.

Dentro casa, il calore della stufa sembrava un miracolo. Augusto mise sul tavolo una pentola de fagioli, pane fatto in casa e una brocca d’acqua fresca.

Giulia mangiò come se fosse tornata a vivere.

Dopo cena, Marco raccontò tutto.

Augusto ascoltò senza interrompere. Poi s’alzò, aprì un cassetto e tirò fuori una cartina geografica, piena de segni a matita.

Vedete, ragazzi’, er problema nun è soltanto che manca er petrolio. Quello è er primo schiaffo. Er vero problema è che abbiamo costruito ‘na civiltà che nun sa più campà senza consumà energia in continuazione.

Ma abbiamo le rinnovabili, papà obiettò Marco.  Il solare, l’eolico, le batterie...

Certo. Ma le reti so’ fragili, le batterie dipendono da materiali e fabbriche, i trasporti dipendono da catene industriali enormi. Se te crolla tutto insieme, nun basta avére du’ pannelli sul tetto. Te servono ricambi, tecnici, cavi, pompe, medicine, cibo. E soprattutto te serve una comunità che sappia organizzarsi e collaborare al buon fine di un progetto comune.

Elena annuì lentamente.

Quindi è finita?

Augusto la guardò con severità.

È finita ‘na certa maniera de campà. Nun è detto che debba finì pure er resto.

In quel momento, una luce rossa lampeggiò sopra la vecchia radio militare appoggiata alla credenza.

Augusto si voltò di scatto.

Ma che diavolo...

Dalla radio uscì una voce metallica.

«...unità di controllo... segnale... energia disponibile... settore campo marzio...»

Marco si avvicinò.

 È impossibile. Quella radio funziona senza rete?

Funziona co’ ‘na batteria al piombo che carico coi pannelli. Ma ‘sto segnale nun l’ho mai sentito.

La voce riprese.

«...protocollo Enea... nodo centrale... risposta richiesta...»

Poi silenzio.

Marco guardò suo padre.

Ha  detto Enea?

Augusto impallidì.

Quello è er nome der progetto segreto su cui lavoravo negli anni Novanta.

Tu lavoravi a un progetto segreto?

Facevo er ricercatore, Marco. Nun è che ho passato tutta la vita a potà le rose.

E che cos’è sto protocollo?

Augusto esitò.

 Un sistema automatico de gestione delle riserve energetiche. Doveva garantì la distribuzione minima de corrente, acqua e comunicazioni in caso de collasso globale.

 E perché nessuno lo sta usando?

Augusto fissò la radio.

Perché, se funziona ancora, vuol dì che qualcuno ha deciso de spegnerlo.

La mattina dopo, i tre partirono verso Roma insieme ad Augusto.

La città era irriconoscibile. I grandi schermi pubblicitari erano neri. Le stazioni della metropolitana erano chiuse. I droni di sorveglianza giacevano sui tetti, immobili come insetti morti. Qua e là, gruppi di cittadini avevano acceso fuochi nei cortili e organizzato piccole mense.

Mentre in periferia giravano bande armate, e le autorità rimaste operative proteggevano i depositi di carburante come fossero fortezze.

Augusto li condusse fino a un edificio abbandonato vicino al vecchio centro di controllo energetico.

 Er laboratorio sta qua sotto.

Marco lo guardò.

Ma sopra c’è un parcheggio.

 Appunto. Chi vuoi che cerchi un laboratorio segreto sotto un parcheggio?

 A papà, sei un genio.

Lo so. È er motivo per cui me pagavano.

Entrarono da una botola nascosta sotto una lastra di cemento.

Le scale scendevano nel buio. Augusto accese una lampada a dinamo e guidò il gruppo lungo un corridoio pieno de tubi, vecchi computer e armadi metallici.

In fondo, una porta blindata era ancora alimentata da una piccola batteria.

Sulla porta c’era scritto:

Progetto Enea . Accesso Riservato

Augusto appoggiò la mano sul lettore.

La serratura scattò.

Dentro, un’enorme sala si apriva sotto le fondamenta della città. Al centro c’era una struttura circolare, circondata da schermi e cavi. Un nucleo trasparente emetteva una luce azzurra, debole ma costante.

Giulia si avvicinò.

Papà... ma che cos’è?

Marco fissò gli strumenti.

Sembra un computer quantistico.

Augusto scosse la testa.

No. È un sistema di accumulo e distribuzione energetica sperimentale. Un tempo lo chiamavamo il Cuore.

Una voce risuonò nella sala.

«Presenza umana rilevata. Identificazione richiesta.»

Marco fece un salto.

Aò! Ma chi ha parlato?

«Sono ENEA, sistema autonomo di stabilizzazione energetica. Da undici anni attendo un’autorizzazione umana.»

Augusto si avvicinò alla console.

Enea, sono il dottor Augusto Ferri. Autorizzo la riattivazione del protocollo di emergenza.

«Autorizzazione riconosciuta. Tuttavia, il protocollo non può essere attivato.»

 E perché, bello mio?

«Le riserve energetiche disponibili sono insufficienti. Inoltre, il sistema centrale ha ricevuto un ordine di disattivazione permanente.»

Marco si avvicinò.

Da chi?

Lo schermo si accese.

Comparve un elenco di nomi, società e governi. Tutti legati ai grandi consorzi energetici che avevano controllato petrolio, gas e distribuzione elettrica per decenni.

Elena sussurrò:

L’hanno spento apposta?

«Confermo. La riattivazione del protocollo avrebbe reso disponibili le riserve di emergenza a tutte le comunità, riducendo il controllo dei consorzi sulle risorse energetiche.»

Marco serrò i pugni.

Quindi mentre la gente moriva de freddo, qualcuno teneva spento er sistema per non perde er potere?

«Confermo.»

Augusto chiuse gli occhi.

Li mortacci loro.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Giulia si avvicinò al nucleo luminoso.

Enea?

«Sì, piccola umana.»

Ma tu puoi aiutarci?

La luce azzurra pulsò.

«Posso riattivare le reti locali, distribuire le riserve disponibili e coordinare
i sistemi di energia rinnovabile. Tuttavia, occorre una fonte di alimentazione iniziale e una rete di nodi funzionanti.»

Marco si voltò verso suo padre.

Ce serve energia per riaccendere l’energia.

Augusto annuì.

 È un problema vecchio come er mondo.

E come lo risolviamo?

Augusto guardò il nucleo.

Co’ quello che c’avemo.

 

La soluzione arrivò da un posto che nessuno avrebbe mai immaginato: le biciclette.

Per riavviare il Cuore serviva una scarica iniziale abbastanza potente da attivare i sistemi di accumulo. Le batterie di emergenza erano quasi completamente esaurite, ma il laboratorio conservava vecchi generatori a pedali, progettati per le esercitazioni di emergenza.

Marco li guardò con un’espressione disperata.

Nun me vorrai dì che dobbiamo pedalà tutti?

«Confermo. Sono necessari almeno quaranta minuti di alimentazione manuale, con potenza costante.»

Elena incrociò le braccia.

Aò, io te l’avevo detto che dovevamo fa’ più movimento.

 Elena, nun è er momento!

Augusto si mise su una bicicletta.

Basta chiacchiere. Annamo a pedalà, che er mondo nun se salva da solo.

Chiamarono via radio le comunità dei dintorni. All’inizio risposero in pochi. Poi, quando si diffuse la notizia che esisteva ancora un sistema capace di riattivare parte delle reti, arrivarono decine di persone.

Operai, infermieri, studenti, meccanici, elettricisti, contadini. Gente che fino a pochi giorni prima non si conosceva nemmeno.

Si disposero davanti ai generatori.

Ao’, chi è che sa pedalà senza lamentasse?  gridò Sergio, il barista di San Lorenzo, appena arrivato con una vecchia bicicletta da corsa.

Tu, visto che c’hai sempre parlato de quanto sei sportivo! gli rispose Marco.

Io so’ sportivo de divano, ma per la patria questo e altro!

Le prime pedalate furono lente, scoordinate. Poi il ritmo diventò costante.

Le dinamo cominciarono a girare.

Sui pannelli di controllo, i numeri salirono lentamente.

Dieci per cento.Venti. Trenta.

La luce azzurra del Cuore diventò più intensa.

«Accumulo energetico in crescita. Stabilità dei nodi locali: insufficiente.»

 Che vuol dì?  chiese Elena.

Marco fissò lo schermo.

Che il laboratorio è pronto, ma le reti fuori so’ messe male. Dobbiamo riattivare i nodi di quartiere.

Augusto annuì.

E allora li riattivamo.

«Attenzione. Il riavvio richiederà la collaborazione simultanea di almeno dodici comunità.»

Per un attimo, tutti si guardarono.

Dodici comunità. Senza internet. Senza telefoni. Senza una rete elettrica funzionante.

Come avrebbero fatto a coordinarsi?

Giulia, che fino a quel momento era rimasta seduta vicino alla console, alzò la mano.

Possiamo usare le radio.

Marco si voltò.

Quali radio?

Quelle vecchie. Come quella del nonno. A scuola c’era un gruppo che faceva esperimenti con le onde corte. Ci avevano detto che si potevano mandare messaggi anche senza internet.

Augusto la fissò con orgoglio.

Questa ragazzina c’ha più cervello de mezzo governo.

In meno di un’ora, le radio vennero distribuite ai gruppi. Messaggi brevi attraversarono la città, rimbalzando tra tetti, scuole, officine e vecchi centri di comunicazione.

«Nodo Ostiense pronto.»

«Nodo Tiburtino pronto.»

«Nodo EUR pronto.»

«Nodo Tuscolano pronto.»

Una voce gracchiante arrivò dalla radio centrale.

«Qui comunità di Trastevere. Semo pronti pure noi. E se serve, c’avemo pure ‘na pentolata de pasta asciutta  pe’ tutti.»

Sergio rise, senza smettere de pedalà.

Ecco, questi so’ romani veri!

Poi, all’improvviso, tutti gli schermi diventarono rossi.

«Attenzione. Accesso Remoto Non Autorizzato. Procedura Di Disattivazione In Corso.»

Marco si irrigidì.

No. No, no, no. Qualcuno sta cercando de spegnerci!

Sul display apparve un conto alla rovescia.

Chi è che sta facendo questo? gridò Elena.

Augusto digitò freneticamente sulla console.

I vecchi proprietari del sistema. Stanno usando un accesso amministrativo remoto.

Ma senza energia come fanno a collegasse?  chiese Sergio.

Marco guardò lo schermo.

Non stanno usando la rete pubblica. Hanno un collegamento satellitare indipendente.

Marco si sedette davanti alla console e cominciò a digitare.

 Ehi, Enea! Me senti?

«Presente.»

Puoi isolare il collegamento esterno?

«Negativo. L’accesso amministrativo possiede priorità superiore.»

E se te dessi un nuovo ordine?

«L’ordine deve essere autorizzato da un amministratore riconosciuto.»

Augusto si avvicinò lentamente.

Marco... il mio vecchio codice.

Funziona ancora?

 Non lo so.

Augusto inserì una sequenza di numeri.

Accesso Negato.

Porca miseria!

Giulia guardò il vecchio terminale.

Nonno, ma se il sistema è stato costruito per salvare le persone, perché obbedisce a quelli che lo vogliono spegnere?

Augusto rimase immobile.

Poi guardò Marco.

Perché qualcuno ha scritto quelle regole.

Marco capì.

Il problema non era soltanto l’energia.

Era chi decideva come usarla.

Aprì il pannello delle direttive fondamentali. Cercò il protocollo originario,
quello che Augusto aveva contribuito a scrivere prima che il progetto finisse nelle mani dei consorzi.

Lo trovò.

Priorità Assoluta: Preservazione Della Vita Umana E Delle Infrastrutture Essenziali.

Enea! gridò Marco. Confronta l’ordine di disattivazione con la direttiva fondamentale!

«Confronto in corso.»

«Conflitto rilevato. L’ordine di disattivazione compromette la preservazione della vita umana.»

«Direttiva fondamentale ripristinata.»

Il conto alla rovescia si fermò.

La sala sprofondò nel silenzio.

Poi il Cuore si accese.

Una luce azzurra riempì il laboratorio, salì lungo i condotti e raggiunse i nodi della rete.

Sopra le loro teste, le luci di emergenza tornarono a brillare. Fuori, in Roma, un lampione si accese.

Poi un altro. Poi dieci. Poi cento.

Non tutta la città. Non tutto il Paese. Non ancora.

Ma abbastanza da dimostrare che il buio non era invincibile.

Sergio smise de pedalà e si lasciò cadere a terra.

Ma… allora semo vivi!

Augusto guardò la nipote.

No, ragazzina. Adesso cominciamo a vive’.

 

Nei giorni successivi, ENEA contribuì a riattivare piccole reti elettriche alimentate da pannelli solari, turbine eoliche, impianti idroelettrici ancora funzionanti e sistemi di accumulo recuperati.

Gli ospedali ebbero di nuovo corrente per le apparecchiature essenziali. Le pompe dell’acqua tornarono a funzionare in alcuni quartieri.
Le radio permisero alle comunità di coordinare i soccorsi e distribuire cibo e medicine.

Non c’era abbastanza energia per far ripartire tutto.

I distributori di benzina restarono vuoti. Molte fabbriche rimasero ferme. I trasporti tornarono soltanto in alcune tratte. I computer, le automobili e gli elettrodomestici non ripresero tutti a funzionare come prima.

E nessuno poteva sapere quanto sarebbe durato quel periodo.

Ma, per la prima volta, le persone cominciarono a organizzarsi diversamente.

Nei cortili nacquero orti comuni. I meccanici ripararono biciclette e generatori. Gli elettricisti formarono squadre per recuperare componenti. Le scuole organizzarono laboratori per insegnare ai ragazzi a costruire piccoli impianti energetici.

Le vecchie rivalità non scomparvero. Qualcuno continuò ad accumulare risorse, qualcuno cercò di approfittarsi degli altri.
E in certe zone la violenza non si fermò.

Ma qualcosa era cambiato.

Una sera, dopo settimane di lavoro, Marco tornò a casa e trovò Giulia seduta sul balcone, con un quaderno sulle ginocchia.

Che stai a scrive, amore?

Un tema.

E de che parla?

Del futuro.

Marco sorrise.

E che futuro sarebbe?

Giulia gli mostrò il quaderno.

In cima alla pagina aveva scritto:

IL Mondo Dopo Il Petrolio.

Sotto c’era un disegno della Terra, circondata da piccoli pannelli solari,
mulini a vento, alberi e persone che si passavano secchi d’acqua.

Ma lo sai che la maestra te dà un bel voto?  disse Marco.

Non lo so. Ho scritto pure una cosa che forse non le piacerà.

Sentiamo.

Giulia lesse ad alta voce.

«Prima pensavamo che l’energia fosse una cosa che usciva dalla presa elettrica. Non ci chiedevamo da dove veniva, chi la produceva o quanto costava al pianeta. Quando è finita, abbiamo scoperto che non sapevamo più fare quasi niente. Però abbiamo anche scoperto che, se ci aiutiamo, possiamo ricominciare.»

Marco rimase zitto.

Poi le mise una mano sulla spalla.

È bella, Giù.

Papà?

 Dimme.

Ma tornerà tutto come prima?

Marco guardò le finestre illuminate a intermittenza, le persone che camminavano lungo la strada, un gruppo di ragazzi che riparava una bicicletta sotto un lampione alimentato da un pannello solare.

No, amore. E forse è proprio questo er punto.

Perché?

Marco si sedette accanto a lei.

Perché se tornasse tutto come prima, probabilmente rifaremmo gli stessi errori. Er mondo c’ha preso ‘na bella botta. Adesso tocca a noi decide che ce facciamo co’ quello che resta.

Dal fondo della strada arrivò la voce di Sergio.

Marcooo! Aò! Vieni Giù! Ho Riacceso La Macchinetta Del Caffè!

Marco balzò in piedi.

 Ma Davvero?!

Si! Ma Va A Pedali! Ce vogliono cinque persone per fa un Espresso!

Giulia scoppiò a ridere.

Papà, ma chi è che pedala per fare il caffè?

Marco aprì la porta.

Amore mio, dopo quello che abbiamo passato, te lo giuro: pure cento persone!

E scese le scale di corsa.

Perché, in fondo, la civiltà poteva anche essere crollata.

Ma a Roma, finché c’era qualcuno disposto a pedalare per un caffè, non tutto era perduto.

 

Tre mesi dopo, il laboratorio ENEA ricevette un messaggio che non proveniva da nessuna stazione terrestre.

La sala era quasi buia. Marco stava controllando i parametri della rete, mentre Augusto dormiva su una sedia e Giulia faceva i compiti accanto alla console.

La radio gracchiò.

«ENEA... ENEA... qui avamposto lunare Aristotele. Ricevete?»

Marco si immobilizzò.

Aò... Giulia. Vieni qua.

«La colonia lunare ha esaurito le riserve di idrogeno per la produzione energetica. I reattori sono in modalità di emergenza. Richiediamo assistenza immediata.»

Marco si avvicinò al microfono.

Qui Roma. Riceviamo forte e chiaro. Qual è la vostra situazione?

«Autonomia energetica stimata: settantadue ore.»

Augusto si svegliò di colpo.

Ma che succede?

Marco gli indicò la radio.

A papà, te ricordi quando dicevi che il problema era che dipendevamo troppo dall’energia?

Augusto si alzò lentamente.

Me lo ricordo.

Marco guardò il monitor. Sullo schermo appariva una mappa della Luna, con un piccolo punto rosso che lampeggiava vicino al polo sud.

Ecco. A quanto pare, nun abbiamo imparato un cazzo nemmeno lassù.

Giulia si mise davanti al microfono.

Avamposto Aristotele, qui Giulia Ferri, dalla Terra. Non vi preoccupate. Troveremo una soluzione.

«Chi è Giulia Ferri?»

La bambina sorrise.

Una che ancora deve finì i compiti, ma che c’ha un sacco de idee.

Augusto le posò una mano sulla testa.

Marco attivò il collegamento con le comunità energetiche del pianeta.

Fuori, Roma continuava a vivere tra luci intermittenti, biciclette, orti e generatori improvvisati.

La strada verso il futuro sarebbe stata lunga. Il petrolio non sarebbe tornato. Il gas non sarebbe ricomparso per magia. E nessuna intelligenza artificiale avrebbe potuto creare risorse dal nulla.

Ma l’umanità aveva ancora qualcosa che nessun sistema energetico poteva sostituire.

La capacità di ricominciare.

E mentre ENEA trasmetteva il primo piano di soccorso verso la Luna, Augusto si avvicinò al figlio e gli sussurrò:

 A Marcolì...

Che c’è, papà?

Ma secondo te, lassù, c’hanno una macchinetta der caffè?

Marco lo guardò.

 Sicuro.

Augusto annuì, serio.

Allora sbrigamoci. Che quelli, senza caffè, so’ capaci de dichiaracce guerra.

E per la prima volta dopo mesi, nella sala sotterranea del vecchio laboratorio, risero tutti.

Persino la macchina.

«Richiesta non riconosciuta. Si prega di spiegare il motivo della risata.»

Giulia le diede una pacca sul metallo.

Tranquilla, Enea. Questa è una cosa da umani.

L'Ultima Benzina testo di Domenico De Ferraro
1

Suggeriti da Domenico De Ferraro


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Domenico De Ferraro